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La canzone: viaggio da Cavalcanti a Lucio Dalla. La funzione radicale dell’amore all’interno della musica moderna. freccevenerdì 11 ottobre 2013      


La canzone: viaggio da Cavalcanti a Lucio Dalla. Pur essendo cosi distanti sulla concezione dell’amore, tra Guido Cavalcanti e Lucio Dalla intercorre un filo sottile capace di rendere immutabile nel tempo quella funzione radicale, propria del sentimento amoroso, che da sempre rappresenta il comun denominatore di poesie e canzoni. Gli stilnovisti parlano alla sensibilità di noi moderni e la loro poesia che dà forma ad un sentimento individuale forte, è molto vicina alla produzione odierna di argomento amoroso. “Canzone” di L. Dalla ne è un esempio, in quanto si ravvisano motivi e temi stilnovistici.

Il titolo, intanto, vuole richiamare quella forma strutturale e metrica che è della “canso” provenzale, accompagnata da strumenti musicali e preferita dalla nostra letteratura delle origini. Ma il dato che connota la canzone e l’avvicina al modello stilnovistico, è la funzione che l’autore le attribuisce, e cioè quella di andare per il mondo, fino a raggiungere la donna amata e gridarle il suo amore: ”Va per le strade tra la gente” canta Dalla, “balla tetta, in Toscana, và tu, leggera e piana”, scrive Cavalcanti. Lo stilnovista vede la propria donna in un contesto angelicalizzato, quasi come una figura divina da lodare. L’amore riesce a rimanere esperienza essenziale della vita di un essere vivente a tal punto da trasformarla in una nobile esaltazione del soggetto adorato.

Oggi, invece, l’amore riesce ad essere più reale che ideale, l’uomo raggiunge il proprio oggetto dei desideri subito, è turbato da pene e rivali, bensì riesce a trasferire in una dimensione reale, ciò che lo rende felice. Un confronto intertestuale ci aiuta a comprendere le dinamiche di alcuni temi analoghi tra i testi, e a rilevare quelle differenze che hanno contribuito a far evolvere la canzone e alla fine hanno determinato la sua modernizzazione. Il cantante usa immagini aspre per definire la sua amata, la chiama: ”testa dura, testa di rapa”. Questa figura cosi dura crea un contrasto con la donna-angelo degli stilnovisti, i quali esaltano l’amore attraverso brevi incontri, occhiate e saluti d’amore per le strade urbane o in chiesa.

Lucio Dalla, al contrario, cita luoghi come: la toilette di una discoteca, il tavolo di un bar, i campi, che apparentemente possono indurci a credere che il suo amore sia così intenso da essere vissuto subito e in qualsiasi luogo, ma possono essere visti come “ loca amoena” della società moderna, che accolgono questi tipi di approcci amorosi anche tra i giovani. Il cantante ci parla di un sentimento che uccide. Immagina una vita al suo fianco, tanto da affermare che dopo aver raggiunto questi obbiettivi, potrebbe anche morire. Cavalcanti parla di un incontro con l’amata che appare piuttosto apportatore di distruzione e non di salvezza, si accontenta che la sua donna venga a conoscenza del suo amore, non vuole in cambio felicità o consolazione, conseguenza che ricalca a grandi linee l’amore “omicida” di Lucio Dalla (Stare lontano da lei non si vive, stare senza di lei, mi uccide).

Un altro elemento che evidenzia il parallelismo con gli stilnovisti, è l’effetto devastante dello sguardo della donna sul poeta: l‘amore passa attraverso gli occhi fino al cuore, ”Voi che per lì tuoi occhi mi passaste il cuore” di Guinizelli si incrocia perfettamente, dunque, con “Io i miei occhi dai tuoi occhi non li staccherei mai”, verso chiave di “Canzone.” Lo sguardo della donna sull’autore stilnovista crea incantamento e prostrazione, gli occhi della donna di Lucio Dalla, invece, oltre alla magia che trasmettono, inducono il cantante a fare uso di espressioni di pura passione: ”E adesso anzi io me li mangio, tanto tu non lo sai”. In tutti e due i testi delle canzoni, l’amore fa da sfondo alla vita dell’uomo.

Ieri, oggi, non fa differenza. Cambia il modo in cui si ama, ma la forza dell’amore è la stessa: smuove e turba l’anima, senza preoccuparsi delle conseguenze. Gli stilnovisti e il cantante non si perdono in elucubrazioni sulla paura di non essere ricambiati; tutti e due amano accettando qualsiasi cambiamento nella loro vita. L’amore poi nasce e si nutre in un cuore gentile e non c’è nessuna differenza tra: “Canzone cercala se puoi, dille che non mi perda mai” “diglielo veramente non può restare indifferente.” e “ Va tu leggera e piana, dritt’ a la donna mia che per sua cortesia ti farà molto onore”. (Perch’io non spero di tornar giammai di Guido Cavalcanti) Veronica Otranto Godano ©  RIPRODUZIONE RISERVATA

Veronica  Otranto Godano - vedi tutti gli articoli di Veronica  Otranto Godano



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Il titolo, intanto, vuole richiamare quella forma strutturale e metrica che è della “canso” provenzale, accompagnata da strumenti musicali e preferita dalla nostra letteratura delle origini. Ma il dato che connota la canzone e l’avvicina al modello stilnovistico, è la funzione che l’autore le attribuisce, e cioè quella di andare per il mondo, fino a raggiungere la donna amata e gridarle il suo amore: ”Va per le strade tra la gente” canta Dalla, “balla tetta, in Toscana, và tu, leggera e piana”, scrive Cavalcanti. Lo stilnovista vede la propria donna in un contesto angelicalizzato, quasi come una figura divina da lodare. L’amore riesce a rimanere esperienza essenziale della vita di un essere vivente a tal punto da trasformarla in una nobile esaltazione del soggetto adorato.

Oggi, invece, l’amore riesce ad essere più reale che ideale, l’uomo raggiunge il proprio oggetto dei desideri subito, è turbato da pene e rivali, bensì riesce a trasferire in una dimensione reale, ciò che lo rende felice. Un confronto intertestuale ci aiuta a comprendere le dinamiche di alcuni temi analoghi tra i testi, e a rilevare quelle differenze che hanno contribuito a far evolvere la canzone e alla fine hanno determinato la sua modernizzazione. Il cantante usa immagini aspre per definire la sua amata, la chiama: ”testa dura, testa di rapa”. Questa figura cosi dura crea un contrasto con la donna-angelo degli stilnovisti, i quali esaltano l’amore attraverso brevi incontri, occhiate e saluti d’amore per le strade urbane o in chiesa.

Lucio Dalla, al contrario, cita luoghi come: la toilette di una discoteca, il tavolo di un bar, i campi, che apparentemente possono indurci a credere che il suo amore sia così intenso da essere vissuto subito e in qualsiasi luogo, ma possono essere visti come “ loca amoena” della società moderna, che accolgono questi tipi di approcci amorosi anche tra i giovani. Il cantante ci parla di un sentimento che uccide. Immagina una vita al suo fianco, tanto da affermare che dopo aver raggiunto questi obbiettivi, potrebbe anche morire. Cavalcanti parla di un incontro con l’amata che appare piuttosto apportatore di distruzione e non di salvezza, si accontenta che la sua donna venga a conoscenza del suo amore, non vuole in cambio felicità o consolazione, conseguenza che ricalca a grandi linee l’amore “omicida” di Lucio Dalla (Stare lontano da lei non si vive, stare senza di lei, mi uccide).

Un altro elemento che evidenzia il parallelismo con gli stilnovisti, è l’effetto devastante dello sguardo della donna sul poeta: l‘amore passa attraverso gli occhi fino al cuore, ”Voi che per lì tuoi occhi mi passaste il cuore” di Guinizelli si incrocia perfettamente, dunque, con “Io i miei occhi dai tuoi occhi non li staccherei mai”, verso chiave di “Canzone.” Lo sguardo della donna sull’autore stilnovista crea incantamento e prostrazione, gli occhi della donna di Lucio Dalla, invece, oltre alla magia che trasmettono, inducono il cantante a fare uso di espressioni di pura passione: ”E adesso anzi io me li mangio, tanto tu non lo sai”. In tutti e due i testi delle canzoni, l’amore fa da sfondo alla vita dell’uomo.

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